L’alfabeto del t͜hóm͜bīnjoŧ

Ripubblico, come già per t͜hom͜bînjā !, anche questo articolo concernente qualche primaria indicazione sulla lingua maggiormente in uso. Ho aggiunto dettagli sulla pronuncia e rielaborato le tavole (su cui si può fare click o tap per visualizzarle a risoluzione più elevata) di consonanti, vocali e semiconsonanti.
Un ulteriore aggiornamento fornisce una descrizione delle combinazioni vocaliche.

Alcuni simboli usati per la trascrizione sono cambiati, secondo il seguente schema:

þ → ŧ ð → đ c → ç ç → ħ ǧ → ǰ ǧz → ǰ͜z

Inoltre tutte le combinazioni di lettere che trascrivono e rappresentano un solo simbolo sono connesse da un archetto (indifferentemente sopra o sotto le lettere). Spero che questi accorgimenti rendano più facile la lettura delle parole in lingua originale.


Ogni popolo ha la sua lingua, e i popoli di éstēsā non fanno eccezione.

La lingua dei/delle t͜hóm͜bīr è il t͜hóm͜bīnjoŧ.

Questa lingua fu originariamente elaborata da Elfi ed Elfe (eudóí – udijáí) prima della loro diaspora; tale forma arcaica non è tuttavia più usata. In seguito venne fatta propria da Umani e Umane (na̋ús – náẅes) che abitavano nella stessa regione, i quali vi apportarono una parte del loro lessico e alcune particolarità fonetiche.

Seguendo la supremazia (culturale e organizzativa più che militare) della t͜hom͜bînjā, nella IV era, questa lingua si diffuse ulteriormente fino a divenire la lingua franca di molte regioni di éstēsā (similmente al greco antico, al latino, all’inglese moderno). Va da sé che ciascun popolo si serva del t͜hóm͜bīnjoŧ in maniera più o meno fedele al modello della lingua classica, e che la modifichi secondo le proprie specifiche inflessioni nonché in base all’amore che quel popolo aveva riversato nelle questioni linguistiche.

P. es. Nani e Nane (ẅáň͜ǧīr), che com’è noto non condividono la propria lingua con altri popoli, salvo poche “grida” pubbliche, o forse se ferocemente sottoposti/e a ricatto e tortura, usano il t͜hóm͜bīnjoŧ in tutti gli scambi con altri popoli, nelle conversazioni ufficiali come nelle osterie. Questa rigida disciplina viene impartita fin dalla più tenera età, quando il giovane Nano o la giovane Nana inizia a balbettare le due lingue.

Presentiamo qui di seguito l’alfabeto del t͜hóm͜bīnjoŧ in trascrizione in caratteri latini con segni diacritici ove occorrenti, seguendo l’ordine alfabetico tradizionale, che prevede prima tutte le consonanti, poi le vocali e semiconsonanti, per un totale di 101 segni (50 per le consonanti e 51 per vocali e semiconsonanti).


p p͜s b b͜z p͜h f f͜ħ m m͜b v
t t͜s d d͜z t͜h ŧ ŧ͜ħ n n͜d đ
s s͜s ç͠s z r r͜z ç͠z h ħ ç͠ħ
č č͜s ǰ ǰ͜z č͜h š š͜ħ ň ň͜ǰ ž
k k͜s g g͜z k͜h x x͜ħ ŋ ŋ͜g q
e è é ē ȅ ě ê e̋
i ì í ī ȉ ǐ î i̋ j
a à á ā ȁ ǎ â a̋
y ỳ ý ӯ y̏ y̌ ŷ ӳ ẅ
o ò ó ō ȍ ǒ ô ő
u ù ú ū ȕ ǔ û ű w

Già a un primo sguardo si può notare come l’ordine alfabetico segua primariamente ancorché approssimativamente quello della posizione dell’articolazione: dalle consonanti pronunciate “davanti”, ovvero le labiali (p.es. /p/), verso quelle posteriori, ovvero le velari (p.es. /k/); dalle vocali pronunciate davanti, ovvero le anteriori (p.es. /e/) verso quelle posteriori (p.es. /u/).
image: Consonanti

Le consonanti sono raggruppate in “serie”, che prendono nome dalla prima lettera di ciascuna serie. Così la serie indica i suoni labiali (più precisamente bilabiali e labiodentali) sordi, sonori, aspirati, nasali, comprensivi delle lettere composte; analogamente la serie indica i suoni dentali (dentali, alveolari e interdentali); la serie čé i suoni palatali (palatali e palatoalveolari); la serie i suoni velari.
La serie indica suoni dentali, alveolari, laringali e faringali, e differisce in parte dalle quattro serie precedenti; questa serie comprende l’unico suono consonantico raddoppiato /ss/, ma non comprende suoni nasali. Occorre aggiungere che nella lingua arcaica era presente il suono /zz/; ma nella lingua moderna questo suono si è evoluto in /rz/ e come tale è riportato nella tavola. Qualche erudito/a continua a usare la pronuncia /zz/:  ciò viene considerato un manierismo.

Un archetto semplice o flesso sopra o sotto un gruppo di due lettere indica un’unica lettera (grafema) nell’alfabeto.
Nel caso della serie sé, se l’archetto è semplice esso indica che quei suoni, pur rimanendo distinti, sono pronunciati senza interruzione (p.es. t͜s = /t-s/); se è flesso che il suono risultante è un’unica consonante affricata (p.es. ç͠s = /ts/).
Altrimenti qualsiasi altra giustapposizione di due consonanti viene pronunciata con una debole (ma percettibile) pausa o con uno stop glottale fra i due suoni.
Ciò non avviene nel caso delle semiconsonanti.

image: VocaliQualsiasi suono vocalico (dei 6: /e i a y o u/) può essere breve o lungo.
Inoltre, essendo il t͜hóm͜bīnjoŧ una lingua tonale, ovvero in cui il tono delle vocali (e delle sillabe che le contengono) muta in maniera distintiva, ogni vocale può avere un tono basso (indicato in trascrizione dall’accento grave), un tono medio (indicato in trascrizione dalla mancanza di un accento), un tono alto (indicato in trascrizione dall’accento acuto); le vocali lunghe possono combinare due toni insieme.

È bene chiarire che nel caso dei toni lunghi, il tono basso o discendente risulta in un tono basso lungo oppure in un tono medio che glissa verso il tono basso; il tono basso-ascendente in un tono basso che glissa verso il tono medio; il tono alto-discendente in un tono alto che glissa verso il tono medio, il tono alto o ascendente in un tono alto lungo oppure in un tono medio che glissa verso il tono alto. Queste differenze, insieme a una più ampia escursione fra i toni, sono peculiari della cosiddetta “lingua enfatica“.

Combinazioni di Vocali

Le vocali possono unirsi a formare dittonghi e trittonghi, cioè combinazioni di due o tre vocali che formano un’unica sillaba; non tutte le combinazioni sono possibili.

I dittonghi si dividono, secondo la qualità delle vocali, in forti e deboli; e secondo la lunghezza delle vocali, in brevi (2 tempi), medi (3 tempi), lunghi (4 tempi).

Dittonghi forti sono quelli costituiti dai suoni /e a o/ + i suoni /i y u/; sono:
brevi quando le due vocali sono brevi (p.es.: ei),
medi dalla breve quando la prima vocale è breve, la seconda è lunga (p.es.: eī),
medi dalla lunga quando la prima vocale è lunga, la seconda è breve (p.es.: ēi),
lunghi quando le due vocali sono lunghe (p.es.: ēī).

Dittonghi deboli sono quelli costituiti dai suoni /i y u/ + i suoni /i y u/ purché le due vocali siano differenti; sono:
brevi quando le due vocali sono brevi (p.es.: iy),
medi dalla breve quando la prima vocale è breve, la seconda è lunga (p.es.: iū);
⋅ non vi sono altre combinazioni.

I trittonghi, analogamente ai dittonghi, si dividono, secondo la qualità delle vocali, in forti e deboli; e secondo la lunghezza delle vocali, in brevi (3 tempi), medi (4 tempi), lunghi (5 tempi).

Trittonghi forti sono quelli costituiti dai suoni /e a o/ + i suoni /i y u/ + i suoni /i y u/ purché le ultime due vocali siano differenti; sono:
brevi quando le tre vocali sono brevi (p.es.: eiy),
medi dalla breve quando la prima vocale è breve, la seconda è (necessariamente) breve, la terza è lunga (p.es.: eiӯ),
medi dalla lunga quando la prima vocale è lunga, la seconda è (necessariamente) breve, la terza è breve (p.es.: ēiy),
lunghi quando la prima vocale è lunga, la seconda è (necessariamente) breve, la terza è lunga (p.es.: ēiӯ).

Trittonghi deboli sono quelli costituiti dai suoni /i y u/ + i suoni /i y u/ + i suoni /i y u/ purché tutte le tre vocali siano differenti; sono:
brevi quando le tre vocali sono brevi (p.es.: iyu),
medi dalla breve quando la prima vocale e la seconda vocale sono brevi, la terza è lunga (p.es.: iyū);
⋅ non vi sono altre combinazioni.

Nella lingua arcaica esisteva anche lo iato, ovvero la successione di due o tre vocali senza formare dittongo o trittongo. Nella lingua moderna esso si è evoluto, secondo i casi, in vocale lunga, dittongo, trittongo, successione di semiconsonante + vocale o dittongo.
Spesso anche i trittonghi vengono resi come una successione di semiconsonante + vocale o dittongo, o anche semplice dittongo (fondendo due vocali brevi in una lunga), sebbene mai nella lingua enfatica.

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